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La “ferrea” coerenza dello smacchiatore di giaguari

Fin dai suoi primi vagiti la riforma Costituzionale a Pierluigi Bersani non piaceva proprio. Lo aveva “detto” in tutte le salse. Lo aveva anche ripetuto più volte, passando la voce ai suoi compagni di minoranza interna che, durante le direzioni nazionali del partito, non avevano mancato di farsi sentire, soprattutto di fronte alle telecamere. Poi il 12 aprile, quando finalmente è arrivato il momento, non di parlare, ma di dimostrare con i fatti la loro opposizione al provvedimento; quando era lecito attendersi il concretizzarsi di anni di mugugni (la riforma fu presentato al Senato che la varò nell’agosto 2014), il voto alla Camera dei fieri oppositori Cuperlo, Speranza e Bersani è stato un bel “sì”.

Un via libera seguito dalle immancabili giustificazioni in cui sono state tirate in ballo il senso di responsabilità», e «delle istituzioni». In verità soltanto un altro sistema per non votare contro e non doversene andare dal partito a trazione renziana. Dopotutto la parabola discendente del ribelle Pippo Civati ha confermato loro, una volta in più se ce ne fosse stato bisogno, quanto sia molto più conveniente stare “scomodi” su un cuscino morbido, ma alla luce del sole, che liberi e con il pugno alzato, ma in mezzo al deserto dell’oblio. Un ragionamento che fila, se si considera il puro fine utilitaristico. Ma che rispondere agli elettori che chiedono un briciolo di coerenza per evitare la labirintite? Eh già, gli elettori…

COERENZA, CHI ERA COSTEI?
Concluso il percorso parlamentare del provvedimento, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha chiesto al suo partito, primo promotore della riforma, di adoperarsi per portare più italiani possibile a votare “sì”. L’avesse mai fatto… Come per magia alla minoranza Dem sono tornati i crampi allo stomaco. «Il segretario del nostro partito e Presidente del Consiglio ci chiede di fare campagna elettorale per legittimare tra i cittadini la riforma costruita dal nostro partito e votata anche da noi? Sia mai». E allora i diversamente concordi sono partiti da lontano (visto che lontana era anche la data del voto, e lo è ancora dal momento che non è stata fissata) con una raffica di avvertimenti destinati a solleticare più il palato dell’elettorato che ancora li ascolta, che ad ammonire vertici del partito.

Ed ecco che arriviamo alla visita reggiana dell’ex segretario Pierluigi Bersani. Lo smacchiatore di giaguari fu ospite della festa della Biasola il 26 giugno. Di fronte a una cinquantina di persone, alla domanda “Come voterà sulla riforme e cosa ne pensa?” rispose testualmente: «Nell’insieme è un passo avanti per il Paese, a condizione che i senatori siano eletti. Questa riforma non è senza difetti, ma io l’ho votata in Parlamento e sarò coerente» e ancora «non farò comitati a sostegno del no». Ah si? Coerente? Allora sorge spontanea una domanda: cosa è accaduto in 80 giorni per far dire a Bersani il 14 settembre «Il mio voto sarà contrario, ma non farò comitati?». Eppure il testo della riforma non è mai cambiato. Se questo è l’andazzo comunque, tra un paio di mesi non è escluso che l’ex segretario confermi il suo “no” e che viri anche sull’ultima parte del suo annuncio reggiano.

In pratica non è campata per aria l’ipotesi di vederlo seduto a un banchetto a sostenere le “radicate” convinzioni del compagno di tante “battaglie” Massimo D’Alema.
Tutto questo appellarsi alla coerenza però fa venire voglia di aprire il dizionario e analizzarne la corretta definizione. Eccola: “conformità tra le proprie convinzioni e l’agire pratico”. Chi avesse ancora dubbi quindi può stare certo che se la coerenza dovesse mai bussare a casa Bersani, non troverebbe nessuno ad aprirle la porta.

E GLI ELETTORI?
Come al solito i più storditi dall’oscillazione alla Foucault della minoranza Dem sono gli elettori. Non resta che sperare si chiudano in casa, spengano la televisione, si leggano la riforma e votino secondo coscienza dopo averla attentamente valutata. In caso contrario c’è il rischio concreto scrivano “ni” sulla scheda.

Marco Barbieri