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Gli eventi traumatici come stimolo di maturità

Cara dottressa, ho avuto da poco il mio secondo maschietto che ha subìto un incidente domestico e ho temuto per la sua vita. Quello spavento ha lasciato una ferita nel cuore, e questo mese appena passato sembra già un anno. Mi sento fortificata dalla fragilità che ho vissuto in quel momento ed oggi sono più prudente. Rischierò di perdere il mio coraggio?

Gentile lettrice, gli eventi definiti “traumatici”, sono tali perché lasciano una ferita, una lesione prodotta in modo rapido, violento, emotivamente e fisicamente coinvolgente. Lo spavento è una sensazione corporea prodotta dalla consapevolezza di una conseguenza grave per chi la sta vivendo: in questo caso ha cercato di proteggersi dal dolore della perdita di un figlio. Queste ferite richiedono elaborazione e costruzione di un significato, perché per noi esseri umani tutto deve avere un senso. Abbiamo necessità di rispondere ai perchè, l’illogicità, il caos non è parte dell’animo che è fatto di ordine, armonia, equilibrio. L’elaborazione non è solo razionale ma anche fisica: il plesso solare si allarga e permette a tutti gli organi che contiene di muoversi liberamente e con scioltezza. È come se massaggiasse la ferita, le apponesse il balsamo che ammorbidisce e dà quella consapevolezza di chi ha capito che quel segno resterà, come monito, come esperienza in un bagaglio già grande ma che evidentemente non basta mai.
LA FRAGILITÀ FORTIFICA
Un mio cliente mi raccontava il suo stato d’animo dopo che la figlia era caduta dal balcone salvandosi miracolosamente: “… è come se mi sentissi più forte e fragile contemporaneamente, una foglia che può sbriciolarsi in un attimo, ma che prima di sparire combatterà fino all’ultimo alito di vita”. Gli eventi traumatici toccano in profondità permettendo improvvisi passi di crescita verso la maturità grazie a segni indelebili. Si prende coscienza della fallibilità umana, e l’errore, associato inconsciamente alla morte, diventa più verosimile e plausibile. La conseguenza è una maggiore responsabilizzazione verso la propria esistenza e quella degli altri. Rammentare a se stessi la fragilità umana valorizza lo scorrere del sangue nelle vene fortificando il desiderio di vita. Tali considerazioni portano a valutare il “come” si è vissuto e quanto cauti e prudenti, o coraggiosi e determinati, si è stati prima dell’evento.
PRUDENZA COME GUIDA MORALE
Il termine deriva dal latino prudentia, dal verbo providere che significa prevedere, provvedere. Qualità che permette di individuare i pericoli o le mancanze, che fa conoscere e agire ciò che è conveniente nella vita. Gli antichi greci hanno definito la prudenza con il termine phrònesis che significa “ragione pratica” perchè presuppone la conoscenza della realtà, nel senso che solo colui che sà, come siano e come stiano le cose, può fare il bene. Alla prudenza sono collegate parole come buon senso, saggezza, misura, circospezione. Un proverbio dice che la prudenza è la madre della sicurezza. Sant’Agostino diceva che “la prudenza è l’amore che separa con sagacia ciò che gli è utile da ciò che gli è nocivo”. Viviamo in un era di eccessi e debolezze non nella temperanza e fortezza. Virtù queste ultime, che insieme alla prudenza e giustizia, sono considerate cardini (virtù cardinali) all’esistenza umana, una sorta di guida per le scelte etiche dell’uomo. La prudenza permette di valutare prima, prevedere, le conseguenze di un’azione. Vuol dire saper leggere i segnali che vanno di pari passo con l’intenzione di cui non sempre si è consapevoli e con cautela scegliere il da farsi. Cautela vuol dire guardarsi, guardare se stessi, osservarsi. Essere dentro e fuori da se stessi per agire nel migliore dei modi possibili per la propria vita.
Per concludere rispondo al suo quesito in questo modo. Sarà proprio lo sviluppo della pratica della prudenza che le permetterà di sfoderare il coraggio, anche di osare, quando lei vedrà spiragli di vittoria, dove gli altri vedranno solo perdita. La sua prudenza le permetterà la valutazione migliore.

Chiara Volpicelli